BPCO

La BPCO è una delle malattie terribili.

Non perché uccida all’improvviso, ma perché toglie il gesto più semplice del mondo: il respiro.

La mancanza di respiro è terrificante: arriva come un’ombra che si siede sul petto, stringe, rallenta, ti costringe a ricordare che l’aria non è un diritto, ma una conquista.

La fame d’aria è massacrante: non è solo un sintomo, è un assedio.

Il corpo chiede ossigeno come un naufrago chiede la riva, e ogni inspirazione diventa una lotta, un atto di volontà, un patto con la notte.

La BPCO non perdona la distrazione: ti vuole vigile, costante, disciplinato.

Ti chiede farmaci, esercizi, attenzione, ti chiede di ascoltare ogni piccolo segnale, come si ascolta un animale ferito che vive dentro il torace.

Eppure, anche in questa malattia che sembra una morsa, ci sono giorni in cui il respiro torna più largo, più docile, più umano.

Giorni in cui la vita non è solo sopravvivenza, ma una forma di resistenza luminosa.

La BPCO è terribile, sì.

Ma chi la affronta porta dentro di sé una forza che non si vede, una tenacia che non fa rumore, una piccola rivoluzione quotidiana: continuare a respirare, anche quando l’aria sembra un deserto.

perchè beviamo…

Beviamo perché a volte la vita pesa come una giacca bagnata sulle spalle.

Non è una scelta lucida, né un gesto elegante: è un cedimento, un piccolo collasso privato.

Quando la quotidianità si accumula — strati di doveri, parole ingoiate, tensioni che non trovano un nome — qualcosa dentro si incrina. E da quella crepa escono i demoni: non mostri, ma frammenti di noi stessi che abbiamo cercato di tenere buoni, zitti, ordinati.

Il dolore non arriva mai con educazione. Si allarga, invade, si siede dove non dovrebbe. E allora cerchiamo un interruttore, un modo per spegnere tutto per qualche ora.

Il bicchiere diventa una porta socchiusa: non promette salvezza, solo silenzio. Un attimo di tregua. Un piccolo anestetico contro il rumore del mondo e quello, più feroce, che ci abita dentro.

Ma la verità è che non beviamo per dimenticare.

Beviamo per rallentare.

Per smettere di essere così lucidamente presenti nel nostro dolore.

Per sentirci meno soli nella stanza dove i pensieri rimbombano.

E in quel gesto c’è una fragilità che non va giudicata, ma ascoltata.

Perché ogni volta che cerchiamo di annullare il malessere, stiamo dicendo — anche se non lo sappiamo — che qualcosa dentro di noi chiede cura, chiede spazio, chiede un modo diverso di respirare.

Sabato sera

Seduta sul letto, guardo una nuova serie che scorre lenta davanti a me, come una luce che non disturba. La casa è finalmente vuota, finalmente silenziosa. È un tipo di solitudine che non pesa: si apre come una stanza segreta, dove il respiro torna a essere solo mio. Mi piace così. Mi piace non dover pensare a nessuno, non dover rispondere a niente. Un momento intero, solo per me.

Tolti i gatti, certo. Ma loro non rompono il silenzio: lo abitano con me, lo rendono più morbido.

Giovedì, il più vecchio, è sdraiato a terra come un piccolo monaco che cerca aria fresca. Potrebbe salire sul letto e godersi il ventilatore che gira lento, ma preferisce la sua ostinazione da filosofo: qui a terra si respira meglio, grazie. Lo guardo e sorrido, perché quella testardaggine è parte della sua dolcezza.

Nini invece è la creatura delle soglie. Non si vede, non si sente, finché io non mi muovo. Appena mi alzo, dal buio emerge come un presagio, e miagola. A volte sembra davvero un jumpscare, un minuscolo film dell’orrore domestico. Ma è il suo modo di dirmi: ti sto seguendo, non sei sola. Un’ombra affezionata.

Così si compone la mia notte: io, la serie, il silenzio che mi avvolge, e quei due spiriti felini che abitano la casa con me senza romperla. Una scena semplice, ma piena di quella magia quotidiana che solo nella solitudine riesco davvero a vedere.

venerdì 17 luglio…

che mi sono resa conto un’ora fa fosse un “venerdì 17…”.

Non che dia peso, anzi. Se ci riflettiamo, beh in alcune culture il 17 porta anche fortuna. Insomma paese che vai, usanza che trovi.

quindi mi affianco al paese in cui il 17 e il venerdì sono entrambi positivi 😆

riflessioni…che devono essere prese da lucidi…

Sto qui, sorseggiando un bicchiere di vino bianco mentre leggo un manuale sulle cure palliative. All’improvviso compare la sigla DAT. Sappiamo tutti cosa sono, ma lo ricordo brevemente: Disposizioni Anticipate di Trattamento.

In sottofondo scorrono i Modena City Ramblers con Remedios la Bella, e così mi ritrovo a pensare alle mie volontà, a ciò che desidero davvero per me. Cerco queste DAT perché non voglio che nessuno si accanisca sul mio corpo, perché nessuno prenda decisioni sbagliate quando io non sarò più in grado di farlo.

Se un giorno non potrò decidere, voglio che le cure palliative mi accompagnino dall’altra parte. Non desidero restare sospesa in un limbo. Non chiedo l’eutanasia: chiedo di non essere sottoposta ad accanimento terapeutico. Lo chiedo ai miei figli, prima di tutto. Che rispettino le mie volontà, che conoscono bene.

Quando il corpo manda segnali chiari, non possiamo opporci alla Morte — la Signora, come la chiamo io. Dobbiamo accettare che arrivi, dobbiamo accogliere il momento in cui si presenta.

Chiedo soltanto di essere lasciata andare. Nessun accanimento. Che la mia anima possa essere libera.

Questo vorrei.