La notte ci conosce per nome.
Sa come ci muoviamo quando nessuno guarda:
le mani che tremano, il cuore che corre,
la pelle che ricorda troppo,
la mente che si spinge sempre un passo oltre il limite.
C’è un punto, dentro chi sente così forte,
in cui il dolore non è più solo dolore:
diventa linguaggio,
diventa richiamo,
diventa un modo disperato di dire
“non lasciarmi sola nel mio silenzio”.
Le relazioni che viviamo sono tempeste:
abbracci che bruciano, parole che graffiano,
promesse che sembrano salvezza e poi diventano abissi.
Ci innamoriamo come si cade da un’altezza:
tutto insieme, senza rete,
con la certezza che l’impatto farà male
ma con la speranza che qualcuno ci tenga stretti prima di toccare terra.
E quando nessuno arriva,
quando il vuoto si spalanca,
la notte ci trova così:
a cercare un modo per respirare,
a cercare un confine che non crolli,
a cercare un gesto che non ferisca più di quanto già ferisce dentro.
Ma c’è una verità che la notte custodisce
come una fiamma piccola e ostinata:
non siamo fatti per distruggerci,
siamo fatti per sentire.
E sentire, a volte, è un dono che pesa come una pietra.
Il dolore dell’anima non è una condanna.
È un animale selvatico che chiede cura,
che chiede voce, che chiede un luogo dove non debba graffiare per essere ascoltato.
E allora, in questa notte,
ti dico una cosa che forse nessuno ti ha detto abbastanza:
non sei sbagliata.
Non sei eccessiva.
Non sei troppo.
Sei una creatura che ama con tutto il corpo,
che vive con tutto il cuore,
che sente con tutta l’anima.
E questo, anche quando fa male,
è una forma rara di bellezza