Non riesco mai a fare qualcosa che abbia un senso logico…
Combino un guaio dietro l altro…
Cerco di farne una giusta, e ne sbaglio almeno 10 dopo
Chissà se mai sarò in grado di diventare grande davvero e smettere di fare caZzate da adolescente!
Non riesco mai a fare qualcosa che abbia un senso logico…
Combino un guaio dietro l altro…
Cerco di farne una giusta, e ne sbaglio almeno 10 dopo
Chissà se mai sarò in grado di diventare grande davvero e smettere di fare caZzate da adolescente!
La notte ci conosce per nome.
Sa come ci muoviamo quando nessuno guarda:
le mani che tremano, il cuore che corre,
la pelle che ricorda troppo,
la mente che si spinge sempre un passo oltre il limite.
C’è un punto, dentro chi sente così forte,
in cui il dolore non è più solo dolore:
diventa linguaggio,
diventa richiamo,
diventa un modo disperato di dire
“non lasciarmi sola nel mio silenzio”.
Le relazioni che viviamo sono tempeste:
abbracci che bruciano, parole che graffiano,
promesse che sembrano salvezza e poi diventano abissi.
Ci innamoriamo come si cade da un’altezza:
tutto insieme, senza rete,
con la certezza che l’impatto farà male
ma con la speranza che qualcuno ci tenga stretti prima di toccare terra.
E quando nessuno arriva,
quando il vuoto si spalanca,
la notte ci trova così:
a cercare un modo per respirare,
a cercare un confine che non crolli,
a cercare un gesto che non ferisca più di quanto già ferisce dentro.
Ma c’è una verità che la notte custodisce
come una fiamma piccola e ostinata:
non siamo fatti per distruggerci,
siamo fatti per sentire.
E sentire, a volte, è un dono che pesa come una pietra.
Il dolore dell’anima non è una condanna.
È un animale selvatico che chiede cura,
che chiede voce, che chiede un luogo dove non debba graffiare per essere ascoltato.
E allora, in questa notte,
ti dico una cosa che forse nessuno ti ha detto abbastanza:
non sei sbagliata.
Non sei eccessiva.
Non sei troppo.
Sei una creatura che ama con tutto il corpo,
che vive con tutto il cuore,
che sente con tutta l’anima.
E questo, anche quando fa male,
è una forma rara di bellezza
Ci sono scelte che non parlano della fine, ma della fedeltà a sé stessi. Le disposizioni anticipate di trattamento appartengono a questa famiglia silenziosa: sono un modo per lasciare un segno di luce nella stanza più buia, non per evocarla, ma per rassicurarla.
Le DAT sono una lanterna che si accende prima, quando la vita è piena, quando la voce è forte, quando si può dire con calma ciò che si desidera e ciò che non si desidera.
Non sono un presagio. Sono un atto di ordine, di dignità, di cura. Un gesto che dice: “Se un giorno non potrò parlare, voglio che la mia voce resti intera.”
In fondo, è semplice: si scrive ciò che ci fa sentire rispettati, si indica chi può custodire la nostra volontà, si evita che il peso delle decisioni cada all’improvviso su chi ci ama.
È come preparare una valigia che forse non useremo mai, ma che ci fa respirare meglio. Come lasciare un biglietto sul comodino: “Non temete. Ho già scelto la mia direzione.”
Le DAT non parlano della morte. Parlano della libertà. Della consapevolezza. Di quella forma di tenerezza che si rivolge al futuro senza tremare.
Sono una promessa fatta a sé stessi: restare fedeli, anche quando la notte è più profonda.
La BPCO è una delle malattie terribili.
Non perché uccida all’improvviso, ma perché toglie il gesto più semplice del mondo: il respiro.
La mancanza di respiro è terrificante: arriva come un’ombra che si siede sul petto, stringe, rallenta, ti costringe a ricordare che l’aria non è un diritto, ma una conquista.
La fame d’aria è massacrante: non è solo un sintomo, è un assedio.
Il corpo chiede ossigeno come un naufrago chiede la riva, e ogni inspirazione diventa una lotta, un atto di volontà, un patto con la notte.
La BPCO non perdona la distrazione: ti vuole vigile, costante, disciplinato.
Ti chiede farmaci, esercizi, attenzione, ti chiede di ascoltare ogni piccolo segnale, come si ascolta un animale ferito che vive dentro il torace.
Eppure, anche in questa malattia che sembra una morsa, ci sono giorni in cui il respiro torna più largo, più docile, più umano.
Giorni in cui la vita non è solo sopravvivenza, ma una forma di resistenza luminosa.
La BPCO è terribile, sì.
Ma chi la affronta porta dentro di sé una forza che non si vede, una tenacia che non fa rumore, una piccola rivoluzione quotidiana: continuare a respirare, anche quando l’aria sembra un deserto.
Beviamo perché a volte la vita pesa come una giacca bagnata sulle spalle.
Non è una scelta lucida, né un gesto elegante: è un cedimento, un piccolo collasso privato.
Quando la quotidianità si accumula — strati di doveri, parole ingoiate, tensioni che non trovano un nome — qualcosa dentro si incrina. E da quella crepa escono i demoni: non mostri, ma frammenti di noi stessi che abbiamo cercato di tenere buoni, zitti, ordinati.
Il dolore non arriva mai con educazione. Si allarga, invade, si siede dove non dovrebbe. E allora cerchiamo un interruttore, un modo per spegnere tutto per qualche ora.
Il bicchiere diventa una porta socchiusa: non promette salvezza, solo silenzio. Un attimo di tregua. Un piccolo anestetico contro il rumore del mondo e quello, più feroce, che ci abita dentro.
Ma la verità è che non beviamo per dimenticare.
Beviamo per rallentare.
Per smettere di essere così lucidamente presenti nel nostro dolore.
Per sentirci meno soli nella stanza dove i pensieri rimbombano.
E in quel gesto c’è una fragilità che non va giudicata, ma ascoltata.
Perché ogni volta che cerchiamo di annullare il malessere, stiamo dicendo — anche se non lo sappiamo — che qualcosa dentro di noi chiede cura, chiede spazio, chiede un modo diverso di respirare.