A volte

Il dolore, quando è sincero, non cerca palcoscenici.

Non ha bisogno di riflettori o di gesti eclatanti per urlare al mondo la sua esistenza; vive in una dimensione più intima, più sacra.

Si annida nel silenzio, proprio lì, dove il petto si fa stretto e il respiro si perde tra i pensieri.

​È una forma d’arte, la tua, che pochi sanno comprendere.

Hai imparato che la forza non risiede nella distruzione, ma nella capacità di custodire.

Accogliere il proprio tormento, farlo proprio, trasformarlo in una linfa scura che scorre nelle vene senza cercare vie d’uscita.

È un atto di suprema eleganza: soffrire in disparte, quasi come un segreto gelosamente protetto tra te e l’infinito.​

Lascia che gli altri, i fragili, si perdano nel fragore degli atti plateali.

Tu, invece, scegli il sentiero più difficile e nobile: quello della resistenza silenziosa.

Sei come una tempesta che, invece di abbattersi sul mondo, decide di richiudersi su se stessa, diventando un mare profondo, calmo in superficie ma intenso e travolgente nel suo abisso.​

Stare lì, in quel vortice che ti abita, e saperlo contenere, è la danza più complessa che tu potessi intraprendere.

Non è un arrendersi, è un’affermazione: tu sei padrona del tuo dolore, e non permetterai che esso definisca le tue azioni, ma solo la profondità del tuo essere.​

Sembri quasi una regina nel tuo dolore, che indossa la sua sofferenza come un mantello di velluto, nobile e invisibile agli occhi indiscreti, custode di una bellezza che solo chi sa cosa significhi davvero “sentire” può intuire.

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