Mani che lavano il tempo,
carezze che riordinano il respiro,
i miei ragazzi diventano famiglia
tra cuscini, pettini e vestiti cambiati.
Si offre il cibo come promessa,
si tenta ogni sapore per tenere il corpo,
poi si lascia la scelta alla resa:
resta la presenza, il passo che torna nella stanza.
«Ho paura», ha detto T.,
noi abbiamo stretto il silenzio con le parole,
la mano che non lascia, la voce che rassicura;
la paura si placa se qualcuno resta accanto.
S.ha sorriso quasi senza rumore,
la mattina lo ha trovato sereno,
il volto come un addio che non urla,
un ultimo gesto lieve, un sospiro che si posa.
La medicina impara a non solo salvare,
ma a preparare il sollievo, a togliere il fiato d’angoscia,
a far dormire la sofferenza quando serve,
perché è inammissibile che chi parte abbia dolore.
Stare vicini alla morte insegna a vivere:
un sorriso, una carezza, un ultimo saluto,
lasciare a chi resta il ricordo di un momento sereno,
la mano stretta come promessa che non si spegne.
Così lavoriamo: sostenere il morente e la famiglia,
tenere insieme il filo sottile della compassione,
perché l’ultimo istante possa essere, per quanto possibile,
un istante di pace.