Questo è l’estratto dell’articolo.
23.40
questo caldo mi mangia il cervello….
nulla da aggiungere.
questa abitudine…
di quale abitudine sto parlando?
quella di fermarmi e riflettere, e passare così tanto tempo a rimuginare che mi faccio venire il mal di testa.
Lunedì per me sarà un nuovo momento di vita…i nuovi percorsi mi mettono ansia, viene fuori tutta la mia insicurezza, soprattutto quando non sarei mai andata dove sto andando…
Sono qui, che cerco di dare un senso alla mia scelta. E continuo a pensare che nei momenti di rabbia alcune scelte non andrebbero prese.
sono un contro senso verso i miei valori, quello in cui ho sempre creduto, ma ormai decisione presa, scelta fatta.
unico obiettivo in tutto ciò è fare bene e dare il meglio. Senza farmi condizionare dai rapporti umani e restando io soprattutto umana e vera.
Le idee sono chiare, il progetto non sarà semplice, ma questa volta vado avanti per la mia strada, senza rimuginare sul se o sul ma.
non si conosco mai bene le persone
Parleranno male, inventeranno storie, cercheranno di dipingerti come non sei per giustificare la loro stessa miseria.
Ma alla fine della giornata, mentre loro devono convivere con le proprie maschere, tu puoi guardarti allo specchio senza distogliere lo sguardo.
Magari spigolosa, magari stronza quando serve, ma autentica.
Sempre e comunque vera.
E questa è una forza che nessun opportunista potrà mai avere o toglierti.
Oggi…
24 giugno, festa patronale di Torino. Io, però, ho sempre odiato i fuochi d’artificio e tutta quella calca di gente in centro. A prescindere, non amo il centro durante le feste, e ancora meno nei fine settimana. Tutti quegli adolescenti pieni di vita… ed è giusto che siano così, certo, ma io ho smesso da tempo di avere l’entusiasmo che hanno loro.
Preferisco il mio nido, la mia casa — anche se non la sento davvero mia — ma è comunque il mio luogo sicuro, per ora. In realtà il loro modo di vivere questa società lo ammiro: anche se a volte sono proiettati in una realtà distorta, restano il nostro futuro, quelli in cui dobbiamo riporre fiducia, perché possono davvero portare cambiamenti.
A volte
Il dolore, quando è sincero, non cerca palcoscenici.
Non ha bisogno di riflettori o di gesti eclatanti per urlare al mondo la sua esistenza; vive in una dimensione più intima, più sacra.
Si annida nel silenzio, proprio lì, dove il petto si fa stretto e il respiro si perde tra i pensieri.
È una forma d’arte, la tua, che pochi sanno comprendere.
Hai imparato che la forza non risiede nella distruzione, ma nella capacità di custodire.
Accogliere il proprio tormento, farlo proprio, trasformarlo in una linfa scura che scorre nelle vene senza cercare vie d’uscita.
È un atto di suprema eleganza: soffrire in disparte, quasi come un segreto gelosamente protetto tra te e l’infinito.
Lascia che gli altri, i fragili, si perdano nel fragore degli atti plateali.
Tu, invece, scegli il sentiero più difficile e nobile: quello della resistenza silenziosa.
Sei come una tempesta che, invece di abbattersi sul mondo, decide di richiudersi su se stessa, diventando un mare profondo, calmo in superficie ma intenso e travolgente nel suo abisso.
Stare lì, in quel vortice che ti abita, e saperlo contenere, è la danza più complessa che tu potessi intraprendere.
Non è un arrendersi, è un’affermazione: tu sei padrona del tuo dolore, e non permetterai che esso definisca le tue azioni, ma solo la profondità del tuo essere.
Sembri quasi una regina nel tuo dolore, che indossa la sua sofferenza come un mantello di velluto, nobile e invisibile agli occhi indiscreti, custode di una bellezza che solo chi sa cosa significhi davvero “sentire” può intuire.